Caporetto oggi: tutta un’altra storia?

Era la notte del 24 ottobre 1917 quando l’Italia – in guerra a fianco dell’Intesa da due anni e cinque mesi – subì una delle più cocenti sconfitte della sua storia militare, nonché una delle più gravi della Prima Guerra Mondiale: si tratta della “disfatta di Caporetto”, l’esito e le ripercussioni della quale furono percepite come così tragiche che nella lingua italiana il termine “Caporetto” divenne sinonimo di “disfatta”. Come appare la situazione oggi?

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1917: Truppe tedesche in marcia lungo la valle dell’Isonzo.

A distanza di cent’anni e dopo numerose ricerche, ora più che mai è possibile – anzi, sarebbe doveroso – considerare gli avvenimenti ed i protagonisti di quella battaglia sotto differenti punti di vista, con una prospettiva ben lontana dalla tradizionale vulgata propugnata per decenni che vedeva in Caporetto solo una tremenda disfatta ad opera vuoi di una classe politica incapace, vuoi dei comandi militari sadici e inefficienti o di soldati presunti vili e demotivati. Come scrisse Sergio Romano qualche anno fa riguardo l’opera di Mario Silvestri “Caporetto. Una battaglia e un enigma” (1984):

[…] non era più possibile, dopo la tragedia morale di Caporetto, parlare dell’Italia e della sua storia senza scogliere quel nodo. Bisognava entrare nel mezzo della battaglia e capire cosa era accaduto, perché era accaduto.

e non c’è momento migliore che questo presente per capire più approfonditamente come si arrivò a quel momento e quali furono le conseguenze; non c’è periodo più opportuno di questa lunga serie di “centenari quotidiani” per studiare, riscoprire e rivalutare quel momento e quella guerra, nonché per commemorare tutti coloro furono protagonisti centrali o marginali, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli di quegli episodi, cruciali per la storia dell’Italia unificata, tanto allora quanto oggi.

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1917: Truppe italiane in ritirata dopo l’offensiva austro-tedesca di Caporetto.

Quindi cosa fu Caporetto? In parte e in diversa misura fu sicuramente un po’ tutto quello che per anni è stato detto: il risultato di un Paese giovane e inesperto, di un esercito stanco e demotivato, di comandi militari spesso incompetenti e una classe politica non sempre accorta; della cattiva condotta e coordinazione della guerra da parte dell’Intesa e dell’intervento determinante del contingente tedesco a seguito della sconfitta della Russia. Ma sarebbe sostanzialmente errato – nonché riduttivo ed irrispettoso – ridurre Caporetto solo a questo e oggi più che mai possiamo finalmente renderci conto e provare che sì, essa fu una tremenda batosta militare, politica e morale, ma non fu una disfatta, perché altrimenti ciò che seguì non sarebbe potuto accadere. Riflettendo anche da un punto di vista strettamente linguistico, “disfatta” risulta essere un sostantivo connotato molto più drammaticamente e negativamente rispetto ad un più generico “sconfitta”, perché “disfatta” vuol dire disfacimento globale, dissoluzione totale, annientamento completo e  l’Italia e il suo esercito, per quanto drammatiche fossero le condizioni e la situazione in cui si trovarono, erano tutt’altro che annientate. Altrimenti, perché l’Italia resse l’urto e le truppe tedesche e austro-ungariche non sfondarono nella Pianura Padana, magari riuscendo a far capitolare il Regio Esercito? Se fu una disfatta, perché l’esercito riuscì a ritirarsi (riuscendo inoltre a ostacolare l’offensiva avversaria con audaci azioni difensive, come quella di Pozzuolo del Friuli), a riorganizzarsi e a resistere tenacemente sul Piave e sul Monte Grappa per tutto l’anno successivo? Se fu una disfatta, perché esattamente un anno dopo gli eventi di Caporetto, l’Italia riuscì a vincere la guerra sferrando l’offensiva di Vittorio Veneto, potendo assistere non alla propria dissoluzione ma a quella della sua acerrima rivale, l’Austria-Ungheria? Se gli alti ufficiali e soprattutto Luigi Cadorna (certo un personaggio complesso, la cui gestione del conflitto indubbiamente lascia molto a discutere) erano dei macellai e degli incompetenti (ma che si dovrebbe dire di altri generali e alti ufficiali dell’epoca?), come si spiegano il respingimento della Strafexpedition, la presa di Gorizia, il ripiegamento e la successiva resistenza sulla linea del Piave? Se l’esercito era realmente prossimo alla disfatta, se gli italiani erano piegati e se la classe politica era incapace di gestire la situazione, perché l’esercito riuscì a riorganizzarsi ed il Paese tutto ne uscì certo provato, ma rinvigorito in qualche modo nello spirito? Come si arrivò alla Battaglia del Solstizio? Perché un giovane stato nazionale come il Regno d’Italia riuscì comunque a tenere testa al millenario impero austro-ungarico?

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1918: Truppe italiane trincerate sul Piave attendono un attacco avversario nei pressi di Candelù (TV)

Questi interrogativi dovrebbero essere sufficienti quantomeno a far rivalutare la così a lungo propugnata versione degli avvenimenti, secondo la quale durante la Prima Guerra Mondiale l’Italia partecipò al conflitto in maniera maldestra e opportunista (qualcuno potrebbe quasi dire… “all’italiana”), vincendo per il rotto della cuffia e comunque pagando un prezzo troppo alto. Niente di più falso:  di errori ce ne furono certamente parecchi e vennero pagati a caro prezzo, come del resto accadde per altrettante nazioni belligeranti; eppure, si sa, si tende sempre a vedere più verde l’erba del vicino. Ma a cento anni di distanza, con la disponibilità di mezzi e la facilità di reperimento e accesso ai documenti storici, questo non dovrebbe più essere possibile – anzi, chi scrive spera che questo centenario possa essere l’inizio di un proficuo periodo di attenta e consapevole analisi e di ponderata riflessione su Caporetto e sulla Grande Guerra, magari riuscendo, tramite la commemorazione e lo studio della storia, a riportare un po’ di coesione e di fratellanza nel nostro Paese, oggi così tristemente diviso proprio nel momento in cui i nostri antenati stavano stretti spalla a spalla (difficile non pensare al “stringiamci a coorte” di Mameli…) per opporsi ad un nemico che avanzava nel territorio nazionale minacciandone l’integrità e minando l’esistenza della nazione stessa. Quella battaglia fu una grave sconfitta che evidenziò certamente tutti i limiti e le manchevolezze italiane, ma fu al tempo stesso un’occasione per prendere coscienza di quelle stesse insufficienze e un tentativo di sanarle. Non tutto il male vien per nuocere?

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1918: Famosa scritta patriottica su una casa sinistrata a Sant’Andrea di Barbarana (TV), emblematica della resistenza italiana sul Piave.

Articolo di: L. Naturale

Un pensiero su “Caporetto oggi: tutta un’altra storia?

  1. Gadda affermava che ” l’auto razzismo è la porca rogna italiana “! Noi dobbiamo sentirci inferiori per definizione, allora come oggi poco è cambiato e una riflessione storica su Caporetto può risultare illuminante: se come popolo siamo alla pari dei ” virtuosi” perché per via massmediatica e culturale ci insegnano il contrario?

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