I quattro momenti in cui l’Europa fu sul «ciglio dell’abisso»

L’espressione fu coniata da John F. Dulles, segretario di Stato statunitense dal 1953 al 1959, sotto la presidenza Eisenhower.

Durante il periodo “classico” della guerra fredda, che generalmente viene fatto iniziare con la conclusione del secondo conflitto mondiale per terminare nel 1975, anno della firma dell’Atto di Helsinki, il suolo dell’Europa non fu mai coinvolto in un conflitto che contrapponesse le due superpotenze, Usa e Urss.
Eppure, vi furono almeno quattro casi in cui il vecchio continente fu pericolosamente vicino al «ciglio dell’abisso», pur riuscendo sempre a superare la crisi.

 

La crisi di Ungheria

Prima di arrivare all’esplosione del conflitto vero e proprio per le strade di Budapest, è necessario fare un passo indietro al 1949, quando gli Stati Uniti danno vita al Patto Atlantico, completato poco dopo con la creazione di una organizzazione militare permanente: la NATO (North Atlantic Treaty Organization).

Il 6 maggio 1955 viene concesso alla Germania Ovest di entrare a far parte del nuovo ente, in seguito al superamento delle diffidenze geopolitiche di Francia e Gran Bretagna – contrarie di fatto, dopo le vicende degli anni ’20 e ’30 successive al Trattato di Versailles, a inserire i tedeschi di Bonn in una organizzazione dagli evidenti risvolti militari. Una settimana dopo, il 14 maggio, nasce il Patto di Varsavia, composto dai Paesi satelliti dell’Unione Sovietica: Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania Est, Polonia, Romania e Ungheria.

È in questo contesto che prende luogo la crisi ungherese, in seguito alla contestazione di Poznań dell’estate 1956 e alla de-stalinizzazione avviata da Nikita Chruščëv durante il XX Congresso del PCUS. Tuttavia, di fronte all’ingresso dei carri armati nelle strade di Budapest e alle tristi vicende legate ai nomi di Imre Nagy e Pàl Maléter, gli Stati Uniti non intervengono e decidono di non agire.

Eisenhower fu tra i primi a comprendere che l’Occidente avrebbe evitato il conflitto soltanto astenendosi da qualsiasi diretta interferenza nella crisi.

Berlino e Vienna

La seconda e la terza crisi che l’Europa incontra nella fase classica della guerra fredda coinvolgono le città di Berlino e Vienna, due luoghi importanti dal punto di vista geopolitico e strategico sia per il fatto di essere entrambe capitali (Germania Est e Austria) sia perché entrambe quadri-partite tra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale (Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia).

Per quanto riguarda Berlino, il 24 giugno 1948 i sovietici decidono di bloccare il traffico ferroviario e stradale intorno alla città, per impedire che la zona occidentale ricevesse i rifornimento da parte degli alleati. Tuttavia, la decisione di istituire un ponte aereo – e la volontà di evitare un conflitto nel cuore dell’Europa – conduce in ogni modo al trasporto di provviste, viveri e medicinali e alla vittoria morale degli alleati sugli avversari sovietici.

Dopo 462 giorni, l’Urss è costretta a porre fine al blocco e il 12 maggio 1949 la città torna ad essere raggiungibile via terra. Da lì a poco si tornerà a parlare di Berlino, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, quando una nuova crisi tra statunitensi e sovietici porterà, nell’aprile 1961, alla costruzione del muro.

Vienna: in questa zona, il varco tra sfera occidentale e zona di egemonia sovietica viene chiuso nel 1955, senza troppi clamori, specialmente se confrontato con la successiva vicenda berlinese. Il 15 maggio di quell’anno, infatti, al Palazzo del Belvedere della capitale austriaca viene posta la firma sul negoziato, voluto espressamente da Chruščëv. Esso prevedeva:

  • la neutralità e l’autonomia dell’Austria all’interno delle convenzioni internazionali
  • il divieto di unirsi allo Stato tedesco, in seguito alle vicende politiche della seconda metà degli anni ’30
  • lo stabilimento dei confini in base agli accordi precedenti al 1937, anno dell’anschluss e dell’annessione alla Germania di Hitler.

La primavera di Praga

Generalmente considerata come una «riedizione meno cruenta della rivoluzione ungherese del 1956», la primavera di Praga rappresenta il tentativo di avviare un programma di liberalizzazione e riforme, portato avanti dal Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, e da Ludvík Svoboda, presidente della Repubblica.

La reazione statunitense, affidata al presidente Lyndon B. Johnson, è quella di convocare una riunione speciale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e di affermare, in seguito,  che gli Stati Uniti avrebbero potuto solamente «snort and talk», sbuffare e parlare. Dall’altro lato della cortina di ferro, i fatti di Praga del 1968 sono l’occasione per Leonid Brežnev per teorizzare la sua dottrina omonima, formulata al V Congresso del Partito operaio polacco il 13 novembre 1968.

Quando forze ostili al socialismo cercano di spingere un Paese socialista verso il capitalismo, il problema non è soltanto del Paese interessato, ma anche di tutti i Paesi socialisti.

Fonte: S. ROMANO, In lode della guerra fredda. Una controstoria, Longanesi, Milano 2015.

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