I crimini del fascismo nelle colonie italiane

Il fascismo introdusse un nuovo metodo di fare politica, andando ad incidere a fondo anche all’interno delle quattro colonie italiane: l’Eritrea, la Somalia, la Libia e l’Etiopia.

Da quando si può parlare di crimini coloniali? L’Italia liberale aveva già avviato una serie di spedizioni aggressive e militari negli anni ’80 dell’800, macchiando il proprio operato con una serie di crimini e torture e con la costruzione di una prigione sull’isolotto di Nocra, dove i detenuti venivano trattati al pari di animali.
Eppure, il 12 giugno 1882 il ministro degli Affari Esteri Pasquale Mancini aveva presentato alla Camera dei deputati lo schema organizzativo della politica estera italiana con queste parole:

L’Italia dovrà avere un grande rispetto delle credenze religiose di quelle popolazioni e dei loro bisogni. Non dominatori, non tutori, non innovatori ma amici e aiutatori.

La situazione cambia con il fascismo. Per quanto possano essere numerosi i legami di continuità tra i due periodi storici, il movimento mussoliniano introduce nuovi elementi che contraddistinguono la seconda metà degli anni ’20 e gli anni ’30. A livello interno, ad esempio, si inaugurano una propaganda che esalta il ruolo dell’Italia civilizzatrice in Africa e un programma di censura che cela le notizie negative per il regime che provengono dalle colonie.

A questo proposito scrive Giorgio Rochat:

La guerra chimica fu infatti cancellata dalla stampa, dalla produzione documentaria e memorialistica e dalla coscienza popolare con una efficienza che ha pochi precedenti.

La guerra chimica

Uno dei crimini peggiori compiuti dal fascismo in terra africana è rappresentato dall’uso di sostanze chimiche. Nonostante l’Italia fosse tra i firmatari del Trattato internazionale contro l’utilizzo di armi chimiche e batteriologiche, firmato a Ginevra il 17 giugno 1925, sono numerosi gli esempi in cui gli italiani fecero uso di queste sostanze.

  • il 31 luglio 1930 Pietro Badoglio, futuro capo del governo tra il 1943 e il 1944, autorizza il bombardamento all’iprite sull’oasi di Taizerbo, provocando una strage tra i pastori e i contadini della zona.
  • dagli archivi portuali della Somalia, verso la fine del settembre 1935, risultano presenti sul territorio 36 tonnellate di iprite e 325 bombe al fosgene (l’iprite è un solfuro tossico, mentre il fosgene è un gas derivato dall’acido carbonico, estremamente letale).

L’utilizzo di sostanze chimiche raggiunge l’apice durante la guerra d’Etiopia, nonostante si ritiene che l’impiego di iprite e fosgene non fu determinante per le sorti del conflitto data la superiorità schiacciante dell’esercito italiano (e questo rende ancora più gravi le responsabilità di Mussolini e del fascismo).

In ogni caso, tra il 22 dicembre 1935 e il 29 marzo 1936 l’aviazione italiana effettua il lancio di 972 bombe sul territorio dell’Etiopia, per un totale di 272 tonnellate di iprite, mentre nel febbraio 1936, durante la battaglia dell’Amba Aradam, vengono sparati oltre mille proiettili caricati ad arsine.

Il 9 gennaio 1936 Badoglio scriveva così ad Alessandro Lessona, ministro delle Colonie:

L’impiego dell’iprite si è dimostrato molto efficace, specialmente verso la zona di Taicazzè. Circolano voci di terrore per gli effetti dei gas.

I campi di concentramento

I campi furono una novità introdotta dal fascismo rispetto alla fase liberale, durante la quale ci si era “limitati” ad espopri, lavori forzati, torture e confische.
Principalmente, si ricordano due esempi storici di veri e propri lager costruiti dagli italiani in Africa durante il ventennio:

  • in Cirenaica, nel 1930, al fine di sedare la ribellione di Omar al-Mukhtàr e di spezzare il legame tra i ribelli e la popolazione civile, Badoglio ordina a Graziani di deportare oltre 100.000 persone verso la costa e verso la zona della Sirtica. Secondo studi recenti, quando il campo fu sciolto nel 1933 i sopravvissuti erano circa 60.000.
  • in Somalia, nel 1935, Graziani, conscio dell’esperienza libica, dispone la costruzione di un campo di concentramento a Danane, a sud di Mogadiscio, dove vengono stanziate circa 6.500 persone tra etiopici e somali.

Le spedizioni punitive

Antico rituale del primo squadrismo fascista, le spedizioni punitive furono “esportate” anche in terra d’Africa nelle colonie italiane. Uno dei primi episodi nefativi è la spedizione contro il capo religioso ostile al fascismo Ali Mohamed Nur, organizzata nell’ottobre 1926 in Somalia, che portò alla morte di un centinaio di persone.

Tuttavia, l’episodio più grave, considerato come il “più grave delitto consumato dagli italiani in Etiopia“, è la spedizione di Addis Abeba del febbraio 1937: per punire i cittadini africani che avevano organizzato l’attentato a Rodolfo Graziani del 19 febbraio, vengono distrutti e incendiati interi quartieri e viene effettuato un vero e proprio massacro di civili, con i cadaveri gettati nelle fosse comuni. Le cifre dei morti sono dubbie: stando alle stime più attendibili, la stampa inglese ed europea parlò di circa 1.400-6.000 vittime.

Fonti

Archivio Storico Ministero dell’Africa Italiana (ASMAI).
G. ROCHAT, L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia 1935-1936, «Rivista di storia contemporanea» (1988).
A. DEL BOCA, Le guerre coloniali del fascismo, Editori Laterza, Roma-Bari 2008.

3 pensieri su “I crimini del fascismo nelle colonie italiane

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...