L’unificazione nazionale e quel «vizio d’origine»

Studiando attentamente la storia d’Italia nel suo percorso risorgimentale dalla fine del ‘700 fino alle grandi battaglie degli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, è possibile individuare un «vizio d’origine», che ha avuto conseguenza importanti sullo sviluppo sociale e politico del nostro Paese.

Stiamo parlando di quello che Michele Salvati, in un bel libro, Tre pezzi facili sull’Italia. democrazia, crisi economica, Berlusconi, chiama «vizio d’origine».  Si tratta di un peccato originale, un male presente nel momento in cui lo Stato italiano nasce – ufficialmente il 17 marzo 1861 – e divenuto una presenta costante della nostra politica nazionale.

Innanzitutto, è  necessario sottolineare il fatto che alle prime elezioni unitarie, nel 1861, ebbero diritto di voto poco più di 400.000 elettori maschi, meno del 2% della popolazione, e andò a votare solo il 56% degli aventi diritto. Di conseguenza, il nostro primo Parlamento fu eletto da circa l’1% degli abitanti.

Da questo breve osservazione statistica segue un’importante conseguenza. La costruzione politica dell’Italia è avvenuta dall’alto, da un’élite liberale molto ristretta che si può suddividere a grandi linee in due aree: da un lato, la destra monarchica, moderata e conservatrice; dall’altro, la sinistra in cui confluiscono gli eredi delle forze repubblicane e mazziniane.

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Proclamazione del Regno d’Italia – 17 marzo 1861

L’unificazione italiana e la successiva costruzione di un’identità nazionale non vengono messe in atto attraverso il coinvolgimento del popolo, tant’è che per riscontrare l’accesso delle grandi masse sulla scena politica si dovrà attendere gli anni ’10 del XX secolo, e più precisamente il 1913. Questo «vizio d’origine» fu inoltre ulteriormente rinforzato da un ulteriore elemento, e cioè l’esclusione delle élite cattoliche.

Questo secondo fenomeno, foriero di conseguenze importanti sul piano della politica interna ed estera, trae origine dalla conquista in armi dello Stato pontificio – la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 – dal successivo non expedit con cui Pio IX esortava i cattolici del nuovo Stato costituito a non partecipare alla vita politica attiva dell’Italia.

L’assenza del coinvolgimento degli strati popolari e cattolici avrebbe avuto effetti sul lungo periodo: solamente nel 1892 sarebbe nato il primo partito italiano di massa. Si tratta del Partito socialista, che nasce a Genova per iniziativa di Filippo Turati.

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Filippo Turati (1857-1932)

All’interno di questa prospettiva, la storia d’Italia assume una connotazione particolare. Le imminenti elezioni legislative di marzo hanno costretto le diverse parti a inserire la questione della rappresentanza nell’agenda politica, con conseguenze importanti sul piano della programmazione politica e del dibattito pubblico.

Prendere coscienza di questo elemento permette di avere una chiara visione d’insieme di ciò che accade e di ciò è accaduto, dal 1861 a oggi. L’obiettivo di ognuno di noi è, in definitiva, quello di divenire un cittadino nel vero senso della parola, che eserciti attivamente e criticamente il proprio diritto di voto.

Fonti:

  • P. MIELI, Il caos italiano. Alle radici del nostro dissesto, Rizzoli, Milano 2017.
  • M. SALVATI, Tre pezzi facili sull’Italia. Democrazia, crisi economica, Berlusconi, Il Mulino, Bologna 2011.
  • G. SABBATUCCI, Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia politica dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 2003.

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