La tribù e il dominio

Siamo arrivati alla nostra terza puntata dello speciale #Progressoestoria, in collaborazione con Roberto Bani.

L’economia umana è creativa, variabile, adattabile. La primeva forma di caccia e raccolta di tuberi e frutti già era accompagnata da altre attività come l’artigianato su pietra, legno, osso per fabbricare armi e manufatti; il commercio era in potenza presente nel baratto di beni. E certo i primitivi già intuivano la coltura vedendo germogliare dei semi fino a dare frutti: capivano il ciclo riproduttivo e potevano pure ripeterlo; così come da quindicimila anni il cane era loro compagno.

La potenzialità di allevare s’affacciò con un lupo pellegrino avvicinatosi contento dei resti di pasto gettati via, poi rivelatosi utile per la caccia e guardia viene adottato e selezionato fino a dare il cane. D’altronde il cacciatore che cattura e porta al villaggio dei cuccioli lasciandoli diventare adulti già contiene il futuro allevatore. Prima del bisogno di svolgere una nuova economia si deve tenere presente l’umano piacere di giocare e sperimentare per cui raccattare dei cuccioli o dei semi per vedere cosa diventano deve essere stato un diletto assai prima che sorgesse la necessità di farlo.

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Ed è notorio come le tribù di pellerossa passavano dalla caccia alla coltura o a pastorizia e viceversa secondo l’utilità di praticare l’una o l’altra: i Cheyenne da agricoltori tornarono a cacciare bisonti, i Navajo divennero allevatori. Passare tra le forme economiche doveva essere normale e diffuso: non meno ingegnosi di noi i primitivi capivano le varie forme produttive pur se l’equilibrio, data la bassa densità di umani e il profluvio di ambienti naturali, era spostato su caccia e raccolta. La crescita demografica spostò l’equilibrio sull’agricoltura e la vecchia economia resta occasionale: fino a tempi recenti tornavano a caccia i nobili per diletto, i contadini e pastori per integrare le magre risorse. Pure noi, assidui frequentatori di supermercati, talora ci togliamo lo sfizio di cercare fragole o funghi in un bosco.

La rivoluzione agraria fu un primo grandioso impatto dell’umano ingegno sulla natura e si attuò nel vasto rivoltare foreste, praterie e paludi in campi e pascoli. Così le tribù di cacciatori si adattarono alle nuove forme di economia come tribù di contadini o allevatori le cui divergenti tecnologie, che sempre più si andranno specializzando per ottimizzare l’uso di piante o di animali, presto divergono fino a opporre villaggi agricoli sedentari a mobili bande pastorali. Se l’umana strutturazione in famiglie, clan e tribù come gruppo limitato, coesivo e cooperativo, restava immutata, il processo alterante era iniziato: il proliferare di nuove attività produttive cui si uniranno artigianato e commercio portò a nuovi rapporti nella specie.

Si spostò l’equilibrio: l’ incremento di umani indusse a tralasciare l’economia naturale per la convenienza di diffondere colture e/o mandrie; sia per non cercare il cibo lontano, col percorrere ampi spazi senza certezza di trovarne a sufficienza, sia perché le nuove produzioni si rivelarono più sicure e capaci di nutrire molte più persone.

Seguì quindi l’impegno a affinare la tecnica agraria studiando le piante e inventando arnesi, e si distrussero i boschi, prosciugarono paludi, terrazzarono colline; i villaggi divennero stanziali e crebbero, recintati di palizzate e con folta schiera di guerrieri per difendersi e pure offendere per ampliare il territorio. Ciò si osserva negli irochesi e altri popoli dell’America nord-orientale, mentre i nativi del Messico come Maya e Aztechi superato questo stadio entrarono nella storia.

In parallelo evolve l’allevamento: catturati dei cuccioli che divenuti adulti si riproducono, i vantaggi del latte, lana, carne furono tali da indurre a intenzionalmente ripetere il ciclo; selezionare la progenie e crescerla a mandrie di buoi o cavalli, greggi di pecore e capre, che richiedendo sempre nuovi pascoli spinsero alla transumanza.

Ma lo spargersi di divaricanti economie portò agli inevitabili scontri: tutti contro la natura per cui i primitivi e il loro mondo tramontarono, la stridente antitesi tra campi e pascoli portò all’epocale scontro tra stabili villaggi agricoli e mobili bande pastorali: sarà per vincere le guerre che ognuno si avviterà in un suo progresso nel millenario scontro tra Civiltà e Barbarie.

Tribù tipica dei nambikwara, arapesh, pellerossa, polinesiani e altri primitivi recenti doveva essere propria dei sapiens preistorici, riuniva i singoli, fa¬miglie, clan, e tra loro spesso si alleavano dando la Confederazione di Tribù. È struttura intraspecifica elastica e ben adattabile potendo le sue unità scindersi o unirsi, come nelle migrazioni alla ricerca di risorse.
In tempi recenti si è diffuso tra antropologi e storici il modello del chiefdom o, italianizzato, dominio come struttura e unità sociale più ampia della tribù, in grado di coinvolgere decine di migliaia di membri su più ampie aree geografiche creando associazioni vaste e eserciti ben maggiori.

Scoperto e studiato tra i polinesiani si è visto ricorrere presso molti popoli protostorici, amerindi, africani e barbari, tanto da potersi generalizzare come passaggio tra tribù e civiltà.
Dominio chiefdom è organismo sociale più complesso della tribù e meno dello stato: unità politica autonoma comprendente un numero di villaggi o comunità sotto il controllo permanente di un capo (Robert Carneiro 1981, p.45).

Presenta il netto accentrare del potere e divisione dei membri in più classi sociali ereditarie, anche se si può passare di classe per matrimonio o meriti personali. Il più semplice Dominio Locale consiste in un ampio villaggio col suo territorio sotto l’autorità di un re e gruppo guida. Dominio Regionale controlla invece un’area ben più vasta coi villaggi di un’intera confederazione di tribù e più livelli di potere: i nobili, che ci tengono a distinguersi con abiti e gesti dai comuni plebei, di rado svolgono attività produttive e i beni giungono loro come tributi dai livelli bassi.

I capi dei vari villaggi o sottogruppi sono in posizione servile tributaria verso il gruppo guida. Sempre il dominio, mono-villaggio o pluri-villaggio, ha vertice nel re che emana le leggi e gli ordini, svolge riti e pure elargizioni simboliche di beni; esso controlla più capi di rango medio che muovono a loro volta i capetti di una certa area e/o unità sociale.

È nastro di trasmissione a doppio flusso di ordini dal vertice alla base produttiva e di tributi tolti a questa e passati al vertice; funziona bene per l’abilità di ogni nodo gerarchico di svolgere, oliare, il doppio flusso. Tali regni, polinesiani, amerindi, africani, barbari, sono veri pre-stati pur se in piccole città; però instabili perché le sotto-unità tribali e i capi locali facilmente si contrastano fino alla guerra; data la limitatezza il popolo può ancora destituire il sovrano, anche se poi ne crea un altro.

Il processo che prepara la civiltà può essere riassunto e meglio seguito nello schema, dove sulla doppia linea nel grigio sono messe le forme economiche e in alto la storia da Tribù a Dominio. Sotto la linea il funzionamento: come il singolo è motivato verso gli altri, le relazioni prevalenti che ne seguono e il loro intreccio o struttura, da cui viene tipo di società e funzione che assolve; infine la fisiologia globale che vi si crea. La protostoria palesa un complicarsi umano riconducibile a numeri e foriero di mutamenti nel tessuto sociale. Mentre in famiglia (qualche unità), clan (decine di unità), tribù (da decine a poche centinaia di membri) date le limitate dimensione sono facili le relazioni di reciprocità da cui la struttura egualitaria e la comunità improntata a solidarietà. Dominio Locale (migliaia di membri) e ancor più Dominio Regionale (decine di migliaia) date le grandi dimensioni differenziano i ruoli danno valore al rango più che all’appartenenza, quindi a relazioni di dipendenza articolate in gerarchia: la società si connota come stato incipiente o pre-stato, con primaria funzione di governo e fisiologia di gerarchismo. I pellerossa mostrano la relazione tra livelli delle comunità e produzione di beni rispetto all’ambiente.

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Troviamo infatti popoli come Apache e Navajo che vivendo in semideserti di pastorizia e orti erano forzatamente dispersi, con blanda coesione tribale per famiglie indipendenti tra loro. Perciò svolgevano la guerra in bande e azioni di guerriglia che servivano a razziare evitando lo scontro in se stesso: il valore guerriero non risiedeva nell’atto di coraggio ma nei buoni esiti della razzia che accresceva bestiame e beni posseduti. I popoli della prateria Sioux, Cheyenne, Shoshone, Creek, avevano nella tribù il nucleo coesivo da cui i valori di coraggio e altruismo. Mentre ai grandi laghi Irochesi, Uroni, Ottawa, data la ricchezza d’acqua avevano fiorente agricoltura che sostentava ampie società obbligate però a forti legami in coesive alleanze e regimi di dominio o pre-stato.

Il senso stesso del potere cambia passando dalle minori alle più ampie comunità: se tra Nambikwara, Arapesh e nativi delle praterie si è investiti del comando e del prendere decisioni ma sempre sotto il giudizio della collettività o opinione pubblica, la quale esige di vedere nei capi virtù di responsabilità, generosità, altruismo e rispetto del gruppo, portando ciò molti obblighi e grami vantaggi. È per avere coesione e coordinamento che in società ampie s’impone il potere duraturo e totale perdendo nei capi il dovere di render conto alla gente. Così nasce lo stato, nasce la storia.

Roberto Bani, biologo e scrittore

  • Robert L. Carneiro – 1981 The Chiefdome: precursor of the State in The transition to Statehood in the New World edited by Grant Jones and Robert Kautz p. 37-79 Cambridge University Press
  • Francesca Giusti – 2002 I Primi Stati: la nascita dei sistemi politici centralizzati tra antropologia e archeologia Donzelli Editore
  • Washburn, Wilcomb E. – 1975 The Indian in America – italiano 1981 Gli Indiani d’America Editori Riuniti, Roma.

2 pensieri su “La tribù e il dominio

  1. Pingback: La struttura gerarchica della società umana | Amanti della storia

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