La struttura gerarchica della società umana

Siamo giunti alla quarta puntata del nostro focus antropologico #Progressoestoria.

Vissero gli avi per milioni d’anni in unità sociali e regolarmente si riscontra, nella storia, psicologia, vita e esperienza di ognuno, come gli umani siano animali a vocazione sociale: sono in noi sentimenti che inducono a interagire e vivere con gli altri. Però i gruppi antenati avevano talune essenziali qualità poi eclissate dalla civiltà, e riconducibili a una sola: avevano un limitato numero di partecipanti.

Aldilà della forma particolare, si tratti della famiglia, clan o tribù, tutti sono gruppi abbastanza piccoli e durevoli da consentire ai membri di interagire spesso e tutti tra loro: perciò sono detti gruppi faccia a faccia e sono tali tutte le società dei Primati (Chance e Jolly, p. 264).

La qualità faccia a faccia si stabilisce in un insieme d’individui purché risulti poco numeroso e insieme duraturo, ciò consente d’incontrarsi nel corso dei giorni e avere rapporti tanto frequenti da potersi conoscere personalmente, ben oltre i gesti formali e superficiali. Conoscersi favorisce i sentimenti di unione e la cooperazione nelle questioni comuni come economia e difesa, nonché la definizione e rispetto di regole condivise.

Che sia famiglia, clan, tribù o altro gruppo purché limitato, i vantaggi della comunità che vive in comprensione, concordia, solidarietà, sono tali da averla favorita nei milioni d’anni di evoluzione: utili a abbassare la repulsione e favorire la convivenza, perciò premiati dalla selezione naturale, furono la simpatia, stima, amicizia, fiducia, affetto, sincerità, gratitudine e socievolezza. Però questi sentimenti di comunità sono connaturati e efficaci solo nei piccoli gruppi: se la struttura tribale attraversò indenne i notevoli mutamenti della rivoluzione agricola conservandosi nei gruppi di contadini o allevatori, sarà invece superata e cancellato dalla rivoluzione urbana.

Pure rimane costante, latente sotto le massificanti grandi società, la tendenza dei piccoli gruppi stabili a ricostituirsi in società faccia a faccia. Ciò si concretizza nei villaggi o paesetti di contadini, di gente di mare o in montagna, nelle piccole cittadine come nelle contrade delle grandi città; ma anche lo potete sperimentare in un gruppo limitato come una comitiva o sul posto di lavoro dove persone all’inizio tra loro anonime prendono col tempo confidenza fino alla fiducia e solidarietà reciproche.

Massa, Numerosità e Organizzazione

La rivoluzione agricola conservò la struttura tribale ma fu preludio alla rivoluzione urbana perché causò l’incremento di popolazione e lo spargersi di villaggi di contadini lungo i fiumi o in aree umide. Per evitare inevitabili conflitti tra loro s’impose il coordinamento duraturo delegando a esperti e funzionari la gestione dell’area, e a giudici e militi il rispetto della superiore struttura amministrativa al cui vertice fu necessario porre un capo o re nel ruolo decisionale.

Con la massificazione, riunione di tanti umani in folle caratterizzate da numerosità e anonimato, nacque la società estesa ma era estranea alla fisiologia tribale: la numerosità impedisce ai singoli di incontrarsi tutti e spesso quindi di conoscersi personalmente e poter instaurare una solida fiducia reciproca. È impossibile riunirsi per definire le questioni comuni: nella moltitudine la democrazia diretta non sussiste e il potere viene inevitabilmente delegato a particolari sottogruppi sociali.

Fin dalle prime civiltà la numerosità rese la gestione diretta delle questioni comuni impossibile, e s’impose di demandare il governo a una minoranza che divenne stato a cui si oppose la massa o popolo: questo binomio connota tutte le società storiche. Sotto la lente psicosociale: amicizia, amore, conoscenza, concordia e solida fiducia reciproca sono sentimenti rivolti a persone quindi a pochi altri, non possono fondare legami diretti e paritari in un insieme che supera un certo numero.

Quindi civiltà come divisione-articolazione tra una massa umana, il popolo, e un sovrastante ente politico, lo stato. Che presto si andò differenziando. Agli inizi delle varie civiltà il sovrano detiene tutte le funzioni essendo legislatore, generale, giudice, sacerdote, ingegnere capo, ma poi prese a distribuire tali funzioni su più vertici di distinte istituzioni, parallele tra loro e più uniformi all’interno, ognuna dal ruolo particolare ma tutte raccolte nell’unitaria organi¬cità dello stato.

Erano gli scribi, l’esercito, il clero, e poi sorsero altri istituti fino agli attuali: polizia indaga e cattura chi infrange le leggi, magistratura promuove indagini e giudica i colpevoli, forze armate cui è affidata la difesa del territorio sociale o patria, esattori delle tasse, balzelli e imposte varie, che in solido mantengono lo stato. Paralleli allo stato ne troviamo altri, autonomi ma con esso variamente articolati: istituzioni religiose o chiese per gestire la folla dei fedeli, partiti e sindacati per riunire iscritti e simpatizzanti di una comune convinzione politica o economica, le imprese economiche cioè piccole o grandi industrie e aziende.

Ma guardando dietro le specifiche funzioni sociali, le diverse ideologie e contenuti culturali, oltre i formalismi tipici degli abiti, uniformi e livree, di cerimonie e riti, del folclore sgargiante, tutti gli istituti o enti superiori hanno trama essenziale omogenea imposta dalla comune necessità di riunire e coordinare la gran massa di adepti per di più diffusa su ampia area geografica. Coordinamento e controllo affatto superflui anzi irrinunciabili per potervi diffondere i propri effetti specifici qualificanti. Assoggettare la massa umana è esigenza primaria rispetto agli stessi scopi specifici che l’istituzione si prefigge: la sua influenza propria e tipica, politica se partito o stato, religiosa se chiesa, economica se azienda, sindacale, culturale, sanitaria o altro, non potrà diffonderla se non instaura la primaria indispensabile condizione di istituzione.

Struttura di Gerarchia e Stato

Ogni istituzione presenta un insieme di individui che ne fanno stabilmente parte, fatto minimo perché sussista. Tale insieme non è però omogeneo ma distribuito in livelli verticali in modo che due successivi siano in rapporto superiore/inferiore; il numero dei livelli è variabile tra le istituzioni ma questo non ha importanza. I livelli dall’alto in basso s’allargano dando una globale struttura a piramide: il primo livello, il più elevato o vertice dell’istituzione, si identifica col papa o capo della chiesa, col capo della polizia, col comandante supremo dell’esercito, col presidente o segretario generale di un partito o sindacato, col direttore generale di un’azienda.

Seguono una serie di livelli intermedi dal secondo al penultimo cui sottostà l’ultimo e più basso di tutti, la base dell’istituzione che coincide con la massa dei preti, poliziotti, soldati, iscritti al partito o al sindacato, operai o altra manovalanza economica. E’ questo il livello più numeroso ma sopratutto più basso e perciò con rapporti diretti e stretti con la base sociale, il popolo, che viene così a costituire quella gran parte restante della società esterna all’istituzione ma sulla quale arrivano, o vorrebbero arriva¬re, gli specifici effetti di essa.

Ciascuna istituzione adotta una sua nomenclatura per distinguere i vari livelli, quindi coloro che ne fanno parte, aiutandosi in questo anche con diversi tipi di abito o con mostrine o altri segnali specifici: questo formalizzare il livello, o grado, di appartenenza facilita i rapporti reciproci e il funzionamento globale dell’istituzione. Nell’esercito i gradi distinguono livelli dal generale al soldato, livelli oltretutto raccolti nelle tre grandi fasce degli ufficiali, sottufficiali e truppa; ciò si ripresenta nella polizia e in altri istituti dello stato; notoria è la gerarchia della chiesa che dal papa discende ai cardinali, vescovi e parroci.

Ma anche nelle istituzioni economiche, in singole industrie e aziende, si tendono a evidenziare le diversità di grado e di funzione: dal basso, il lavoro concreto svolto da operai e impiegati ha per riferimento il caporeparto o il capoufficio, quindi i dirigenti a livello locale che si riferiscono a quelli provinciali e poi ai regionali ma tutti convergono verso il direttore nazionale; ciò trasforma la suddivisione geografica in separazione per livelli, e lo stesso accade presso partiti e sindacati.
Proprio il doppio aspetto di numerosità della massa e della sua ampia distribuzione geografica ha reso perennemente necessario, dagli albori della civiltà ad oggi e nel futuro, l’esistenza delle istituzioni superiori e la loro imperitura strutturazione gerarchica. Valore solo formale e di comodo hanno i nomi, gradi, attributi e mostrine, frutti di convenzioni per definire e distinguere i livelli che sono invece importanti, indispensabili e ineluttabili in sé. Presi nella passione egualitaria e travolti nel loro fuoco demagogico, i rivoluzionari potranno ben abbattere le vecchie istituzioni e spianare le preesistenti gerarchie, lasciandone i nomi al solo ricordo dei libri di storia.

Eppure, vinte tutte le loro battaglie e conquistata la loro pace, si troveranno nella necessità di far funzionare una massa umana e avranno bisogno di gerarchie. Potranno ben pensare d’aver rinnovato il mondo e rivoluzionato il corso della storia cambiando tutti i nomi e i titoli che vogliono. Ma lo spettro irremovibile del funzionamento gerarchico si ripresenterà sulla loro vittoria e sarà sempre implacabilmente identico.

Ogni livello risulta inferiore a tutti quelli sovrastanti e superiore a tutti i sottostanti, questo vale in termini di potere per cui ogni membro obbedirà ai superiori e comanderà agli inferiori; perciò l’apice dell’istituzione impartisce ordini su tutti i livelli mentre la base obbedisce a tutti, seppure presenti sovente un suo potere sulla base sociale. La distribuzione del potere all’interno è tale da risultare massimo o totale nell’apice e minimo nella base, decrescendo dall’alto in basso nei livelli intermedi; anche questo è aspetto ineluttabile se l’istituzione vuol funzionare.

Ne deriva pure che al singolo non è richiesta una responsabilità personale, sua nel giudicare quindi morale e critica, ma una responsabilità istituzionale dettata dal dover assolvere il proprio ruolo nel proprio livello.
Oltretutto potere e responsabilità s’irradiano dal singolo verso tutta la sottostante fetta di individui che da lui dipendono. Coerentemente diversificato è pure il trattamento economico: l’intero benessere dell’istituzione viene ripartito in modo che i vantaggi massimi arrivano a chi è al vertice, decrescono coi livelli e sono minimi per i membri della base, che guadagnano meno.

Data la forma piramidale si evidenzia infine un coefficiente d’incremento come rapporto matematico medio tra il numero di partecipanti di un livello e quelli del livello immediatamente superiore. Se, ad esempio, tale coefficiente è dieci vuol dire che ad ogni passaggio di livello la numerosità aumenta di dieci. Il primo livello può avere un solo elemento, capo dell’istituzione, il secondo dieci, il terzo cento, il quarto mille e il quinto diecimila: è lampante l’enorme capacità aggregante della gerarchia!

Senza dubbio la comparsa e moltiplicarsi di istituti superiori deriva dall’enorme capacità associativa della gerarchia che vaste masse umane coinvolge e indirizza agli scopi specifici di ogni istituzione; cosa del tutto impossibile per la struttura tribale. Questo, ovviamente, purché si rispettino quei principi organizzativi basilari che ho evidenziato. Per ultimo, i vertici delle varie istituzioni gerarchiche pur rivolte a differenti fini tendono a coordinarsi o almeno a non contrastarsi, mentre le loro basi, cioè preti, poliziotti, soldati, militanti di partiti e sindacati, eccetera, portano le direttive di ognuna, che si sommano, sulla base sociale o popolo.

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Eccesso Autoritarismo

Struttura gerarchica per coordinare le folle, quindi; ma se impronta l’intera società o istituto senza moderazione genera autoritarismo: il potere non limitato nel ruolo e nel tempo, cioè senza scadenza, passa a gestione totale, dispotica e violenta sulla gente. Così erano le civiltà gerarchiche di Egitto, Cina, Azteca, i regni Macedoni, Bisanzio, Islamici e Ottomano, Spagna e Russia zarista. Ma sulla scia dell’errata analisi di Karl Marx, che di democrazie storiche non ha capito nulla, il gerarchismo totalitario si è ripetuto nei regimi comunisti o democrazie popolari; ma quali popolari? Aldilà dei simboli, degli sbandieramenti, parole d’ordine e tutti gli altri rivoluzionari formalismi, nella pratica di tali regimi la proprietà collettiva era proprietà dello stato quindi del partito che con totale insolenza gestiva il popolo nelle idee e nei fatti non scostandosi dalla casta dominante l’antico Egitto.

Ciò che è incredibile, alla faccia di eguaglianza e socialismo, è che personaggi come Stalin e Mao sono stati carismatici per i seguaci e feroci coi detrattori non meno degli imperatori che tanto rapidamente avevano sostituito, vestendosi di culto e di potere non minori dei faraoni di quattromila anni fa. Per non parlare delle pazze stragi di Pol Pot e Khmer rossi, squallide non meno di quelle naziste e che uguale ignominia meritano nei libri di storia e nel pensare.

Fatto sta che la struttura gerarchica è affine all’autoritarismo: il capo può sempre tradursi in tiranno, autocrate, dittatore, e il seguace in servo e schiavo. E nessuna importanza hanno il colore filosofico-politico ne l’infausta inesausta caterva di ragioni e ideali prodotti per giustificarlo; basta che un’ideo¬logia aggioghi le persone, i rapporti, l’istituzione o l’intera nazione a sentirsi esecutori di un ordine superiore, storico o mistico fino a scomodare Dio.

Allora il gerarchismo s’irrigidisce, i suoi inevitabili principi funzionali diventano regole totali implacabili che s’abbattono sui burocrati che devono calarle sul popolo; così la fisiologia gerarchica travalica e risulta ben più importante del reale scopo sociale dell’istituzione: nel regime totalitario primario è controllare e non coordinare. Tramite la piramide, per livelli sempre più allargati fino alla più ampia base, la tirannide facilmente si diffonde, gli ordini diventano assoluti, categorici, onnipotenti e incontrastabili: uno solo comanda e tutti gli altri obbediscono. Sono la mentalità e ideologia pregne d’autoritarismo a sollecitare i sentimenti di tirannia/servilismo e sado/masochismo, per convinzione e emulazione ciò si diffonde nell’intera sociocultura per cui stato, istituti, partiti, aziende, club fino alle singole famiglie tenderanno ad assumere tali connotati.

La persona che lavora e frequenta ambienti autoritari tende a riportare in famiglia la stessa mentalità e psicologia, si erge a piccolo tirannello dalla volontà indiscutibile e pensiero totale e unico, sul tipo voglio solo io e solo io ho ragione.

Sempre la piramide gerarchica si erge sulle folle nel suo fine di coordinarle, ma quando il fanatismo s’impone anche le più pazze volontà del vertice calano sui singoli fin nelle teste, nelle famiglie, nella vita. E’ solo un uomo, il tiranno, ma se ne può fregare di tutti i suoi convinti, ingenui o interessati sostenitori e di ogni teoria giustificante perché tramite le gerarchie di cui è vertice irradia pieno il suo potere sulla base sociale. Che poi si tratti dei polizieschi regimi comunisti o di dittature militari di destra o di teocrazie integraliste, restano le ideologie solo specchi a richiamo, falsi stendardi e maschere cangianti a copertura del sostanziale autoritarismo.

Roberto Bani, Biologo e scrittore

Fonte: Chance, M.R.A., e C.J. Jolly 1970. Social groups of monkeys, apes and men. Trad. it., 1972, ‘La vita sociale delle scimmie: gruppi sociali di scimmie, antropoidi e uomini‘. Aldo Garzanti Editore, Milano.

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