La donna e la sua immagine: santa o strega? (di Ilenia Luongo)

La rappresentazione della donna in età medievale e moderna, come ben si sa, consiste in una perenne oscillazione tra due opposte categorie: la santa e la strega.

La letteratura e il cinema, nel tempo, hanno trovato larga ispirazione nell’affascinante cosmo femminile, seppur incorrendo spesso in un’interpretazione di queste epoche fin troppo personalistica ed influenzata da giudizi di valore esclusivamente contemporanei. L’articolo è volto a fare chiarezza sull’origine di questo binomio e sui suoi sviluppi tra Basso Medioevo e XVII secolo.

“Divine madri”, “sante vive”, eretiche, streghe, “finte sante”, ciarlatane, prostitute. Spesso si tratta di etichette dal labile confine, spesso coesistono in un’unica donna. Ma perché proprio le donne? La cultura misogina in cui vivevano (ed è bene ricordarlo, l’unica cultura dominante nelle epoche citate) è sicuramente un valido argomento, ma forse è necessaria qualche ulteriore precisazione.

È doveroso ricorrere alla tradizionale distinzione – tipica di numerose civiltà precristiane, di cui anzitutto quella greca – tra λόγος (logos) e θυμός (thymos): il primo elemento, che in senso lato rimanda alla sfera del raziocinio, era ricondotto al genere maschile; il secondo, che rimanda alla sfera dell’impulso e dell’istinto, del tutto femminile.

Si pensi a tal proposito ad un personaggio della tragedia greca tanto amato e discusso come Medea: la dimensione che le è propria è quella dello thymos, che emerge con il suo impeto, la sua vendetta ed il suo istinto, anche ferino. Medea è corpo, materia. Giasone, al contrario, è forma: razionale, freddo, imperscrutabile. A ben vedere, il rapporto indissolubile tra materia e forma è centrale nella costruzione aristotelica. Con il cristianesimo e la scuola tomistico-aristotelica, il binomio “razionalità maschile” e “corporeità femminile” era ancora centrale nella descrizione della realtà circostante.

Con riferimento specifico alle diversità biologiche, le esperienze proprie della vita di una donna (le mestruazioni, il parto, tradizionalmente l’assistenza a bambini e malati…) determinavano inevitabilmente una maggior dimestichezza con il sangue: era il sangue, infatti, “l’elemento fondamentale della vita umana”, a cui i medici medievali associavano le caratteristiche proprie di un elemento purificatore.

L’esperienza corporea della donna, tanto più intensa rispetto a quella maschile, determinava altresì una maggiore capacità di connessione con l’oltremondano, tramite il coinvolgimento sensoriale. Il carattere mistico che ne derivava si configurava come un fatto anzitutto corporeo, sperimentato da molte donne soprattutto dal XII secolo in poi – per quanto non mancassero mistici uomini, ma in numero minore.

Eventi di acceso misticismo, seppur distinti tra loro, riproponevano comportamenti e manifestazioni tali da indurre gli spettatori ad attribuire doti prodigiose alla persona che li viveva, quasi alla stregua di un rituale: elementi come l’estasi, la presenza di stimmate sul corpo, perdite di sensi, visioni. Spesso si accompagnavano al digiuno o a pratiche penitenziarie, parte integrante di una dimostrazione quasi performativa, così da impressionare coloro che assistevano.

L’ambivalenza delle esperienze spirituali femminili derivava dalla difficoltà con cui la Chiesa tentava di ricondurle a un’origine diabolica o divina. Gli stessi teologi, che nel Medioevo furono i principali responsabili del processo di discretio spirituum (il discernimento degli spiriti, per valutare l’origine dei fenomeni di spiritualità femminile), spesso entravano in contraddizione l’uno con l’altro. Non di rado accadeva che una donna potesse essere considerata ispirata da Dio in un periodo e da un certo teologo, per poi essere accusata da un altro di essere stata, al contrario, ispirata dal Demonio (si veda, ad esempio, la vicenda di Lucia da Narni).

Il testo di riferimento principale dei teologi fu il Malleus Maleficarum, risalente al 1478. Il testo, scritto dal domenicano Heinrich Kramer, raccoglieva i segni della stregoneria avvalendosi di una dettagliata casistica, a partire da una raccolta di credenze popolari rielaborate dalla cultura dotta.

Successivamente, in epoca post-tridentina (il Concilio di Trento si svolse tra 1545 e 1563, con conseguente riforma dell’organizzazione e della politica ecclesiastica), furono gli inquisitori, accompagnati da esorcisti e protomedici legali, ad occuparsi di discretio spirituum, ma con alcune differenze rispetto al passato. Non solo, infatti, si voleva valutare l’origine sacra o demoniaca del fenomeno; piuttosto, era in corso un vero e proprio tentativo di disciplinamento sociale.

Si cercava di definire rigidamente il confine tra santità e stregoneria per poter estirpare quest’ultima, con ogni sua implicazione. La categoria della strega, contrariamente all’immaginario collettivo, venne codificata con precisione proprio nell’età della Controriforma e allo stesso modo vennero approfonditi studi di altre categorie devianti, come quella della “finta santa”. Generalmente le principali responsabili di questo comportamento deviante erano identificate nelle “donnette” laiche, incolte e di bassa estrazione sociale, in età sessualmente attiva. Erano loro le “vittime predilette del diavolo”, inclini a perpetrare frodi a causa della loro debolezza morale – come descritto dettagliatamente nel manuale inquisitoriale De catholicis institutionibus, del vescovo spagnolo Diego de Simancas, risalente al 1552. Nei processi inquisitoriali per stregoneria e simulazione di santità emerse spesso l’elemento del disordine sessuale. Talvolta si ritrovavano conferme della libertà dei costumi sessuali, ma molto più spesso questo elemento ricorreva come fatto dato come per scontato, rendendolo a priori un tratto peculiare del fenomeno.

L’impresa del disciplinamento, comunque, non riuscì pienamente. Era un fenomeno troppo complesso per essere sic et simpliciter compresso entro un’etichetta, che fosse quella della strega o della “finta santa”.
A dimostrazione di ciò, vennero prese nel tempo in considerazione cause di altro tipo, sempre più scientifiche e meno legate al meraviglioso, alla base di questi eventi: epilessia, anoressia e altri turbamenti psicofisici. La riflessione in merito iniziò nel XVII secolo quando Paolo Zacchia, esperto di iatrofisica forense, pubblicò il testo Quaestiones medicos-legales nel 1621, introducendo questa nuova prospettiva.

Il dibattito è proseguito fino ai nostri giorni. Autorevoli studi di storia e di psicologia hanno ripercorso le vite di donne che, tra Medioevo ed età moderna, hanno sperimentato doti mistiche e forte spiritualità, come la vicenda della più nota Caterina da Siena (1347-1380), della quale storici come Rudolph Bell hanno posto in evidenza la “santa anoressia”.

Autrice ✍: Ilenia Luongo

Per un approfondimento 📚:

R. BELL, La santa anoressia: digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, Roma, Laterza, 1987.
P. DINZELBACHER, Santa o strega? Donne e devianza religiosa tra Medioevo ed età moderna, Genova, ECIG, 1999.
G. ROMEO, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Firenze, Sansoni, 1990.
L. SCARAFFIA – G. ZARRI, Donne e fede: santità e vita religiosa in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2009.
G. ZARRI, Finzione e santità tra Medioevo ed età moderna, Torino, Rosenberg & Sellier, 1991.

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